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Parlami di tER

[ParlamiditER #293] Un Castello a misura di bambino

Parlami di tER è una serie di racconti dall’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da persone che son natie, vivono o semplicemente si sono innamorate di questa singolare, bellissima, terra con l’anima.
Se anche tu vuoi raccontare l’Emilia-Romagna che si vede dalla tua finestra sei benvenuto. Basta una mail a inemiliaromagna@aptservizi.com o un commento qui sotto!


Nonostante l’aspetto imponente, le alte torri e i ponti levatoi, il Castello Estense di Ferrara è un luogo aperto a tutti i visitatori, in particolare ai bambini e alle loro famiglie, in un autunno di visite, attività creative, esplorazione.

I Servizi Museali del Castello – che si dedicano quotidianamente a raccontare il complesso mosaico che è la grande fortezza al centro della città – offrono infatti laboratori didattici durante i weekend rivolti ai più piccoli, oltre ad un programma specifico di visite per gruppi scolastici durante la settimana.

In questo autunno 2019 per esempio le date già in calendario ci offrono sabato 23 novembre alle ore 16, “Oggi ti racconto. Storie e aneddoti dalla cucina di Messisbugo”. Messer Cristoforo da Messisbugo fu uno degli scalchi di cucina più famoso del Rinascimento; una sorta di star delle cucine ducali che si occupava di tutti gli aspetti dell’arte di mettere a tavola i nobili invitati.
In questa visita animata i bambini saranno in compagnia niente meno che dell’assistente cuoca di Cristoforo da Messisbugo, per scoprire i segreti e le curiosità che venivano raccontati sottovoce nelle cucine ducali durante la preparazione dei celebri banchetti. Armati di grembiuli e oggetti del mestiere i bambini potranno esplorare gli ambienti più suggestivi del Castello, conoscere le vicende dei personaggi che lo abitarono e immaginare una propria personale ricetta.

Sabato 14 dicembre alle 16 tornano le storie con “C’era una volta un maestoso Castello…”, perché anche
al tempo degli Estensi, piccoli e grandi abitanti del Castello amavano raccontarsi storie su cavalieri senza paura, bellissime principesse, terribili draghi e paesi lontani.
Dopo una visita animata alle sale del Castello, in uno spazio appositamente allestito, i bambini potranno ascoltare racconti e leggende di ieri e di oggi, immaginare i protagonisti di una storia fantastica e narrare le loro avventure in un personale libricino da conservare con cura.

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Le iniziative rivolte ai bambini proseguiranno poi durante le Feste Natalizie, con un programma scintillante che li accompagnerà verso il nuovo anno.

Tariffe: bambini € 6,00 – adulti € 10,00. Il costo comprende l’ingresso al Castello.
Info e prenotazioni 0532 299233 oppure castelloestense@comune.fe.it
Programma completo su www.castelloestense.it

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[ParlamiditER #292] I Monasteri di Ravenna

Parlami di tER è una serie di racconti dall’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da persone che son natie, vivono o semplicemente si sono innamorate di questa singolare, bellissima, terra con l’anima.
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Dal primo Medioevo in poi, all’interno delle mura della città di Ravenna furono costruiti numerosi monasteri, tanto da diventare un elemento caratteristico della città.

Nel complesso, per il periodo medievale i documenti attestano circa un ventina di cenobi, ma gli edifici conservati sono meno della metà, e ciò che rimane visibile in genere è databile alle ultime fasi di vita delle comunità religiose.

Un esempio per tutti è il caso del monastero benedettino di San Vitale, i cui ambienti oggi in parte ospitano le collezioni del Museo Nazionale. Non si conosce con precisione la data di fondazione del complesso, ma sembra verosimile collocarla verso la fine del X secolo. Nel corso del tempo ebbe la protezione degli arcivescovi di Ravenna, di papi e imperatori, che ne arricchirono il patrimonio. Nonostante questo, però, già nel XIII secolo la comunità di monaci era in crisi e non riuscì più a ristabilirsi. Degli edifici più antichi rimangono solo alcuni tratti delle murature del chiostro, incorporati nei rifacimenti successivi.

Anche presso la basilica di Sant’Apollinare Nuovo fu eretto un monastero, di cui è ancora visitabile il chiostro del XVI secolo. La fondazione risale al 973, per volontà di Petrus dux et comes. Nei secoli successivi, il cenobio si arricchì grazie a numerose donazioni e concessioni di beni fondiari. Solo nel XVI secolo, ormai in decadenza, la comunità benedettina fu sostituita dai frati Minori Osservanti, detti “Zoccolanti”, che vi si trasferirono dopo la Battaglia di Ravenna del 1512.

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A questo stesso evento è legata la costruzione dell’ex monastero di Classe in città, così chiamato perché vi si trasferirono i monaci di Sant’Apollinare in Classe a seguito dei disastri della battaglia e per garantire maggiore sicurezza ai religiosi. Il complesso è probabilmente uno degli esempi meglio conservati a Ravenna ed è ora occupato dalla Biblioteca Classense.

È accessibile anche il monastero di San Nicolò, eretto nella seconda metà del XIII secolo per ospitare la comunità degli Eremiti Agostiniani. Anche in questo caso, gli edifici subirono diversi rifacimenti nel corso del tempo. Oggi le strutture conventuali ospitano il museo TAMO, uno spazio interamente dedicato all’arte musiva di Ravenna.

Infine, merita di esse menzionato il convento di San Francesco, così chiamato solo a seguito del trasferimento, nel 1261, dei frati. Inizialmente, infatti, la basilica realizzata in età tardo antica (metà V secolo d.C.) era dedicata agli Apostoli e, in seguito, a San Pietro Maggiore. Del convento si conservano i chiostri rinascimentali (da quello cinquecentesco si accede al Museo Dantesco) e vi era collegata anche la tomba di Dante, in quanto i francescani ne erano i custodi.

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[ParlamiditER #291] La Bassa Romagna tra archeologia, comunità locali e valorizzazione

Parlami di tER è una serie di racconti dall’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da persone che son natie, vivono o semplicemente si sono innamorate di questa singolare, bellissima, terra con l’anima.
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Luglio 1424. I carri delle masserizie a stento avanzano nel fango, risultato di un’anomala e prolungata pioggia estiva. I cavalli e i soldati sono esausti e non sono più in grado di sostenere la marcia forzata. Carlo Malatesta, a capo dell’esercito fiorentino, teme che non riuscirà ad arrivare in tempo per spezzare l’assedio del CASTELLO DI ZAGONARA e soccorrere Alberico da Barbiano, loro alleato, che nel castello si era rifugiato. Probabilmente, avrebbero dovuto abbandonare prima l’assedio di Forlì. Forlì ora era libera e adesso rischiavano di perdere anche un prezioso alleato.

Più o meno questa è l’immagine che mi viene in mente leggendo il resoconto che ci ha lasciato Niccolò Macchiavelli della battaglia del castello di Zagonara; i Milanesi presero il castello dopo avere sconfitto i Fiorentini, giunti ormai stremati sul campo di battaglia. Dopo questa vittoria i Viscontei dilagarono in Romagna e il borgo fortificato venne distrutto.

Zagonara oggi è una piccola frazione della campagna lughese, in provincia di Ravenna, al confine con Cotignola. Campi coltivati a frutteto si alternano ai seminativi, ordinati secondo le linee regolari, tipiche della centuriazione antica. Si tratta di un territorio che porta su di sé le tracce di un passato medievale, quando, emergendo dalle acque e dai terreni incolti, si formarono i villaggi che poi furono all’origine dei capoluoghi comunali attuali.

Castello di Zagonara, Lugo (Ra)
Castello di Zagonara, Lugo (Ra) | Area dello scavo archeologico

Oggi non lo si direbbe, ma Zagonara al tempo della battaglia era invece un borgo fortificato popoloso, abitato da decine di famiglie, che ebbe un ruolo fondamentale nello scontro tra le forze milanesi viscontee e quelle fiorentine, nella fase in cui entrambe erano impegnate ad ampliare i territori controllati, fino ad arrivare a interessarsi di questa zona della Romagna. Da questa battaglia il castello e il suo villaggio non si ripresero più: torri e abitazioni vennero abbandonate, demolite e, nel giro di un secolo o due, rimpiazzate da campi coltivati.

Ho incominciato a conoscere questa frazione e i suoi abitanti a partire dal 2017. Da quell’anno, con l’aiuto dell’amministrazione del comune di Lugo e della Soprintendenza di Ravenna, abbiamo infatti avviato uno scavo archeologico di questo borgo fortificato abbandonato, le cui tracce ora giacciono sotto i campi coltivati. L’esperienza ha avuto in sé un ché di miracoloso. Pochi fondi all’inizio, qualche residente un po’ sospettoso nei nostri confronti, a cui ha risposto fin dal primo anno un entusiasmo diffuso per un genere di iniziativa, uno scavo archeologico di ricerca, che nel territorio lughese mancava da anni.

Il primo open day dello scavo portò più di 400 persone sul sito archeologico nell’arco di un paio d’ore. L’esperienza da allora è proseguita e maturata, e ciò che mi ha sempre colpito è stata l’ampia risposta del territorio e dell’associazionismo locale a questo genere di iniziative. Quel che si percepiva, e si percepisce tutt’ora, è il bisogno di questo tipo di esperienze e il desiderio di conoscere le tracce del proprio passato nel paesaggio che ci circonda; a questo bisogno abbiamo cercato di rispondere con costanza, nella convinzione che con ciò si può agevolare il progresso socio-culturale, la coesione di una comunità locale e la promozione economico-turistica di un territorio rurale.

Castello di Zagonara, Lugo (Ra)
Castello di Zagonara, Lugo (Ra) | Open Day degli scavi archeologici

Il patrimonio culturale è un diritto di tutti. Ormai si sta facendo largo in Europa l’idea che a questo diritto corrisponda un dovere dei componenti di una comunità, cioè quello di compartecipare ai processi di individuazione, valorizzazione e trasmissione di questo patrimonio, collaborando con gli specialisti del settore.
Questa compartecipazione è in grado di creare la vera condivisione del patrimonio, divenendo un fattore che ne garantisce la piena valorizzazione e trasmissione. Nata in modo spontaneo, quasi irrefrenabile, questa condivisione l’ho sperimentata in Bassa Romagna, nello scavo di Zagonara, e nell’entusiasmo delle persone che abbiamo conosciuto e che con noi hanno partecipato a questa esperienza.

Si tratta quindi un percorso inverso rispetto a quanto si è soliti fare in Italia, in cui ci si aspetta che sia lo Stato e gli enti territoriali a trattare tematiche quali i Beni Culturali o il patrimonio archeologico. Cambiare questa mentalità è la sfida; vincerla ci permetterebbe di trovare forme di valorizzazione adatte alla prodigiosa ricchezza e varietà paesaggistica della nostra penisola, che in territori e paesaggi come quello basso romagnolo avrebbero risorse ancora lontane dall’essere sfruttate appieno.

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[ParlamiditER #290] Ravenna: i Barbari tra guerre, potere e gusto per l’arte

Parlami di tER è una serie di racconti dall’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da persone che son natie, vivono o semplicemente si sono innamorate di questa singolare, bellissima, terra con l’anima.
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Anno 488 d.C.

Dalle lande remote dell’Europa orientale, un esercito immenso è in marcia verso l’Italia.
Al seguito dei soldati ci sono donne e bambini, con cavalli e carri stracolmi di armi, vettovaglie e tutto il necessario per la vita quotidiana. C’è chi dice che questo sconfinato drappello sia composto da circa 300.000 effettivi.
Una nazione intera, tumultuosa ed agguerrita, si dirige sinistra verso le terre dell’ex Impero d’Occidente.
E alla testa dell’armata vi è lui, il capo supremo: Teodorico, il re degli Ostrogoti.

Teodorico ha poco più di 30 anni quando si getta nell’impresa arditissima che tra poco racconteremo, ma aveva già avuto una vita ricca di colpi di scena. Poco più che bambino, era stato spedito dal padre a Costantinopoli come ostaggio a garanzia di un trattato tra i barbari e l’Impero d’Oriente. Nella capitale imperiale aveva appreso la cultura bizantina e studiato la politica e la macchina burocratica statale.

Ritornato in patria dopo circa 10 anni di esilio forzato, a soli 20 anni fu nominato re degli Ostrogoti. Con il suo popolo, dalla Pannonia – una regione compresa grosso modo tra le attuali Ungheria, Austria, Slovenia e Croazia – decise di spostarsi nella zona della Mesia inferiore (in Bulgaria), ai confini con l’impero d’Oriente.
E questa è la mossa da cui prenderà avvio la campagna italica. Infatti, Zenone, l’imperatore d’Oriente, sentiva forte la pressione degli Ostrogoti ai confini, ormai troppo vicini a Costantinopoli, e decise di sviarne il potenziale attacco incoraggiandoli a guerreggiare contro Odoacre – il re degli Eruli che nel 476 d.C. aveva deposto l’ultimo imperatore d’Occidente.

L’occasione è troppo ghiotta per rinunciarvi e Teodorico, insignito del titolo di patricius, si mise alla testa del suo popolo con l’obiettivo di raggiungere Ravenna, ultima capitale dell’impero d’Occidente e nuovo quartier generale del regno di Odoacre. Ma la spedizione fu più problematica del previsto. Odoacre si dimostrò un osso duro e dopo svariate battaglie nel nord Italia Teodorico mise un lunghissimo assedio a Ravenna, che si concluse soltanto nel marzo dell’anno 494 d.C.

In realtà, per vincere la resistenza del re degli Eruli, Teodorico patteggiò una co-reggenza con Odoacre. Probabilmente una delle co-reggenze più brevi della storia. Dopo solo 10 giorni, Odoacre venne accusato di tradimento e fu fatto uccidere. E in questo modo Ravenna rimase unicamente nelle mani di Teodorico.
Qui egli morì e qui ancora oggi è possibile ammirare il suo mitico mausoleo.


8 monumenti UNESCO

Il sito UNESCO denominato “Monumenti Paleocristiani di Ravenna” è costituito da 8 monumenti siti nella città, attuale capoluogo di provincia dell’Emilia-Romagna:

  • il Mausoleo di Galla Placidia
  • il Battistero Neoniano
  • il Battistero degli Ariani
  • la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo
  • la Cappella Arcivescovile
  • il Mausoleo di Teodorico
  • la Basilica di San Vitale
  • la Basilica di Sant’Apollinare in Classe

Le mirabili costruzioni, edificate tra il V ed il VI secolo d.C., sono lo specchio dello splendore raggiunto da Ravenna in questo periodo storico, quando la città fu prima capitale dell’Impero Romano di Occidente, poi quartiere generale dei primi regni barbarici e infine sede dell’esarcato bizantino (cioè dell’apparato amministrativo con cui Costantinopoli governava i territori italiani).

Il primo edificio della lista, il Mausoleo di Galla Placidia – pur se di piccole dimensioni – è per storia e qualità artistica uno dei monumenti principali di Ravenna e dell’intera fase paleocristiana. Galla Placidia è la sorella di Onorio, il primo imperatore d’Occidente, che nel 402 d.C decide di trasferire la capitale dell’impero da Milano a Ravenna. Una decisione che farà la fortuna della città, portandola alla ribalta dell’intera scena europea per più di due secoli. Il mausoleo è una piccola struttura con pianta a croce greca, rivestita esternamente con un semplice paramento in mattoni a faccia vista. All’interno sembra quasi di immergersi in un mondo parallelo: i mosaici, bellissimi e sfavillanti, occupano tutta la superficie a disposizione. L’apparato decorativo raggiunge l’apice nella cupola – non visibile dall’esterno – dove su uno sfondo blu si staglia una croce e numerose stelle con i simboli dei quattro evangelisti agli angoli.

Anche il Battistero Neoniano, anche detto degli Ortodossi, risale alla prima delle tre fasi viste prima, in quanto fu edificato nei primi anni del V secolo d.C. A pianta ottagonale e con il rivestimento esterno in mattoni, all’interno si caratterizza per lo splendido mosaico posto al centro con la raffigurazione del battesimo di Cristo nelle acque del fiume Giordano – una delle rappresentazioni più antiche in assoluto ancora oggi conservate di questo episodio sacro della vita di Gesù.

Teodorico, oltre ad imporre il potere delle tribù barbare, importò in Italia anche la religione di queste genti. Sono cristiani, ma di una corrente che nega la natura totalmente divina del Cristo. I loro adepti sono detti ariani perché seguaci degli insegnamenti del Vescovo Ario, malgrado la scomunica di tale dottrina nel Consiglio di Nicea del 325 d.C. Il Battistero degli Ariani appartiene a questo nuovo corso della storia di Ravenna, ma formalmente è molto simile al precedente: pianta ottagonale, mattoni all’esterno e mosaici all’interno con l’immancabile raffigurazione del battesimo di Cristo (ma questa volta secondo i canoni ariani) al centro della cupola.

Battistero degli Ariani (Ravenna)
Ravenna, Battistero degli Ariani | Ph. Archivio Fotografico Comune di Ravenna

La Basilica di Sant’Apollinare Nuovo fu fondata da Teodorico, nei pressi del suo palazzo, come chiesa palatina di culto ariano. Più tardi con la riconquista dei Bizantini, fu trasformata in chiesa cattolica e dal IX secolo dedicata a Sant’Apollinare. L’esterno è caratterizzato dalla semplice facciata con portico sormontato da un timpano e dal pregevole campanile cilindrico. L’interno presenta uno dei maggiori cicli musivi di Ravenna, con decorazioni risalenti sia all’epoca di Teodorico che a quella bizantina successiva, come le processioni dei Martiri e delle Vergini lungo le pareti della navata principale.

La Cappella Arcivescovile è unica nel suo genere perché rappresenta il solo modello, ancora oggi visibile, di cappella di questo tipo giunta fino a noi dall’epoca paleocristiana. Costruita durante il regno di Teodorico, è in realtà l’esaltazione della figura del Cristo in chiave anti-ariana. È un piccolo edificio con pianta a croce greca preceduta da un vestibolo con copertura a botte. Nel classico stile ravvenate, tutta la parte superiore della struttura è completamente ricoperta da meravigliosi mosaici.

Il monumento esemplare dell’epoca del dominio barbaro è il Mausoleo di Teodorico, il monumento funebre che il re si fece costruire per ospitare le sue spoglie mortali. Abbandonati i rivestimenti in mattoni, qui domina la bianca e monumentale pietra d’Istria. Il corpo principale a dieci lati si innalza su un basamento e a sua volta regge la straordinaria cupola monolitica, costituita da un unico blocco di pietra.

Con la Basilica di San Vitale entriamo nella terza fase ravennate, quella propriamente bizantina. Giustiniano – all’epoca imperatore d’Oriente – dà il via alla guerra gotico-bizantina e intorno alla metà del VI secolo d.C. le sue truppe conquistano Ravenna. La splendida basilica, a pianta ottagonale, conserva all’interno il luminoso ciclo musivo raffigurante le processioni dei regnanti bizantini: da un lato l’imperatore Giustiniano ed il suo seguito e dall’altro l’imperatrice Teodora – moglie di Giustiniano – con la sua corte.

Fuori dalla città, nei pressi dell’abitato di Classe, in aperta campagna, si colloca la Basilica di Sant’Apollinare in Classe. Uno dei maggiori esempi di architettura paleocristiana, famosa per il mirabile mosaico che adorna il catino absidale raffigurante Sant’Apollinare circondato da 12 pecore (che richiamano i 12 apostoli) in un paesaggio verdeggiante e sovrastato dalla grande croce dorata che si staglia sul cielo stellato.

Basilica di Sant'Apollinare in Classe
Ravenna, Basilica di Sant’Apollinare in Classe | Ph. Giacomo Banchelli

Contenuto a cura di Roberto Giarrusso, autore del blog www.thearteller.com

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Parlami di tER

[ParlamiditER #289] Il pesce fa festa, sagra gastronomica d’autunno a Cesenatico

Parlami di tER è una serie di racconti dall’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da persone che son natie, vivono o semplicemente si sono innamorate di questa singolare, bellissima, terra con l’anima.
Se anche tu vuoi raccontare l’Emilia-Romagna che si vede dalla tua finestra, sei benvenuto. Basta una mail a inemiliaromagna@aptservizi.com o un commento qui sotto!


L’autunno al mare non è mai stato così divertente e gustoso! Cesenatico, borgo marinaro tra i più amati e conosciuti della riviera, festeggia il suo amore per l’arte della pesca, con una sagra dedicata a tutti gli amanti della Romagna, del mare e della buona tavola: Il pesce fa festa.

Ogni anno tra fine ottobre e inizio novembre per le vie e piazze del centro cittadino chef stellati, volontari e membri delle associazioni pescatori e delle associazioni dei ristoratori cucinano il pesce dell’Adriatico in mille varianti appetitose.

Il prossimo appuntamento?

Dal 31 ottobre al 3 novembre 2019!

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Che cosa si potrà mangiare a “Il Pesce fa Festa”?

Certamente i piatti della tradizione come alici marinate, passatelli in brodo di pesce, monfettini alle seppie, fritto misto dell’adriatico, grigliata di pesce, cozze e vongole in guazzetto!…e tante altre proposte…

Nella zona del Mercato Ittico, a ridosso del Porto Canale leonardesco di Cesenatico, verrà allestita una grande tensostruttura dove i cuochi della Cooperativa Casa del Pescatore faranno degustare antipasti di cozze e vongole, ottimi primi e l’immancabile “rustida”.

Mazzole, canocchie, triglie, acciughe, sgombri, moletti saranno alcuni dei protagonisti che chiunque potrà vedere dal vivo presso la Pescheria Comunale aperta per l’occasione anche nel week end.

Durante i giorni della sagra, avrà luogo anche una grande mostra mercato di prodotti alimentari, artigianato, modernariato, collezionismo, giochi per bambini e tanto altro.

Non mancare!

Tutti gli aggiornamenti sull’evento seguendo la pagina Facebook di VisitCesenatico.

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[ParlamiditER #288] Ferrara, intrighi rinascimentali alla corte degli Estensi

Parlami di tER è una serie di racconti dall’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da persone che son natie, vivono o semplicemente si sono innamorate di questa singolare, bellissima, terra con l’anima.
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Ferrara, 22 giugno 1519.

Una donna molto sofferente ha le forze di vergare di proprio pugno una missiva indirizzata direttamente al Papa. La donna è in punto di morte, sa di essere una grande peccatrice ma allo stesso tempo si sente profondamente cristiana, e prima di spirare si rivolge al pontefice per ricevere la sua “Santa Benedizione”.

In questo giorno viene scritta la lettera da consegnare direttamente nelle mani del Papa dell’epoca: Leone X, illustre esponente della famiglia de’ Medici di Firenze e figlio di Lorenzo il Magnifico.
La donna morirà soltanto due giorni dopo, il 24 giugno 1519. Colpita da setticemia, la Duchessa di Ferrara muore nel fiore dell’età per le complicazioni derivanti da una gravidanza travagliata.
A soli 39 anni si spegne – come cristiana benché peccatrice – Lucrezia Borgia.

La Duchessa di Ferrara appartiene ad una delle famiglie più controverse dell’intera storia del Rinascimento italiano, e anche la sua vita è piena di colpi di scena degni di una fiction contemporanea.
Lucrezia era figlia di un… Papa!
Il papa in questione è Rodrigo Borgia, pontefice della chiesa cattolica dal 1492 al 1503 come Alessandro VI. Spagnolo di nascita, aveva scalato le gerarchie ecclesiastiche diventando cardinale in giovane età. Eletto papa, la sfrenata ambizione e la sua condotta malandrina e peccaminosa non erano mutate minimamente: numerosi sono i figli illegittimi e ancora di più le amanti – quasi sempre giovanissime – di cui si circondava anche in Vaticano.

Tra i figli del papa, ricordiamo Cesare Borgia passato alla storia come il Valentino. Testa calda, iracondo e violento, il fratello di Lucrezia si macchiò in vita di crimini efferati, tra cui l’omicidio del secondo marito della sorella: Alfonso di Aragona duca di Bisceglie, figlio illegittimo del sovrano del Regno di Napoli, fatto pugnalare dal Valentino sulle scale della basilica di San Pietro nell’anno 1500. Ma il rampollo sopravvive al primo attentato e il Valentino non contento, un mese dopo, lo fa strangolare a morte mentre il giovane è ancora assistito amorevolmente da Lucrezia negli appartamenti in Vaticano.

Lucrezia subisce senza tregua le angherie del fratello e la presenza dispotica e asfissiante del padre. Ma le cronache del tempo non risparmiano giudizi negativi anche su di lei. A più riprese fu additata di avere rapporti incestuosi coi fratelli e con il padre stesso o di partecipare a dei baccanali in Vaticano tra vino e cortigiane.

Per lei la situazione si tranquillizza quando sposa Alfonso d’Este, figlio di Ercole ed erede del Ducato di Ferrara. Nel 1505 alla morte di Ercole, Lucrezia diventa Duchessa di Ferrara e una vita serena sembra finalmente a portata di mano, malgrado la morte del padre nel 1503 e quella del fratello Cesare nel 1507, a soli 32 anni.
Ma l’aura nera della sua famiglia non sembra abbandonarla mai, pure nella lontana Ferrara. Anche a lei toccherà una sorte infausta, la morte sopraggiungerà dolorosa e ancora in giovane età.

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Ferrara, Patrimonio dell’Umanità

Il sito UNESCO denominato “Ferrara, città del Rinascimento e il suo Delta del Po” è costituito da tre elementi specifici:

  • il centro storico di Ferrara
  • il sistema delle cosiddette “Delizie Estensi”
  • il paesaggio naturale e culturale del Delta del Po

La città di Ferrara è stata inserita nelle liste del Patrimonio UNESCO nel 1995, mentre nel 1999 il sito è stato ampliato con la rete delle Delizie e il sistema naturale del delta del fiume più lungo che scorre sul territorio italiano.

La storia di Ferrara si lega in maniera indissolubile alla dinastia degli Estensi, che dominarono la città dal ‘200 fino al 1598. Fu tra il ‘400 ed il ‘500 che Ferrara raggiunse l’apice della fama, affermandosi come uno dei principali centri rinascimentali italiani per la raffinatezza della sua corte e lo sviluppo dell’arte e dell’architettura.
È un progetto urbanistico ad imporre definitivamente Ferrara come città del Rinascimento. Nel 1492, l’architetto Biagio Rossetti trasporta nella realtà il suo progetto di “piano regolatore”, tramite un dettagliato sistema di pianificazione urbana imperniato sulle regole della prospettiva. La cosiddetta addizione erculea – fortemente voluta dal duca del tempo, Ercole I d’Este – ha come perno il castello medievale, trasformato nella residenza di corte degli Estensi, e prevede l’espansione della città verso nord tramite una ordinata rete viaria ortogonale, raddoppiando così il centro abitato.

Proprio dal Castello Estense parte il lungo asse stradale oggi noto come Corso Ercole I d’Este – su cui si affacciano sontuosi palazzi pubblici tra cui il celeberrimo Palazzo dei Diamanti. Sempre su progetto di Biagio Rossetti, l’edificio deve il suo nome al caratteristico rivestimento bugnato a punta di diamante. Inserito ad arte nel nuovo impianto urbano, l’incrocio tra due degli assi principali dell’addizione viene esaltato tramite l’angolo del palazzo, impreziosito da un disegno a candelabre e da un leggiadro balconcino.
Tra le tante meraviglie della città, nel nostro breve spazio vanno almeno menzionati il Castello e la splendida Cattedrale, impreziosita sul lato che affaccia sulla piazza Trento e Trieste dalla caratteristica Loggia dei Merciai.

Passiamo ora al sistema delle Delizie Estensi e al paesaggio del delta del Po, fortemente interconnessi tra loro.
Mentre all’interno della città si era dato avvio al progetto urbano della addizione erculea, nel paesaggio del delta del Po gli Estensi promuovevano una lungimirante campagna di pianificazione territoriale, con l’obiettivo di bonificare terreni paludosi e rendere coltivabili numerosi ettari di terreno.
In questo paesaggio, frutto di un delicato equilibrio tra l’ambiente naturale e l’intervento umano, si collocano le Delizie, ville di campagna utilizzate sia come centro di amministrazione del territorio bonificato che per lo svago della corte ducale.
Le Delizie Estensi sono le seguenti: Delizia di Schifanoia, Delizia del Belriguardo, Delizia del Verginese, Delizia di Benvignante, Castello di Mesola, Villa della Mensa, Delizia di Fossadalbero, Palazzo Pio, Delizia di Copparo, Delizia di Zenzalino, Delizia di Medelana, Delizia della Diamantina.

Tra queste residenze suburbane, citeremo per la sua importanza nella storia dell’arte quella dai caratteri più cittadini e cioè il Palazzo Schifanoia, edificato all’interno della città di Ferrara. Il nome dell’edificio fa riferimento a quella che è la missione delle Delizie: Schifanoia significa letteralmente “schivar la noia” e cioè trovare ristoro dai pressanti impegni politici e di corte.
Il palazzo – terminato durante il dominio di Borso d’Este – è famoso per il ciclo di affreschi che adornano il salone dei Mesi, opera di grandi esponenti della scuola pittorica ferrarese come Francesco del Cossa ed Ercole de’ Roberti. Il sistema degli affreschi è organizzato in dodici settori, trasposti sulle pareti del salone, e ciascun settore è suddiviso in tre fasce sovrapposte: nella prima fascia sono raffigurate le rappresentazioni del lavoro dell’uomo in relazione ai mesi, nella seconda i segni zodiacali e nella terza gli dei pagani che influenzano le attività del singolo mese.
Siamo di fronte ad uno dei maggiori capolavori dell’arte rinascimentale, realizzato per la celebrazione in chiave simbolica della dinastia che ha fatto di Ferrara una delle capitali del Rinascimento italiano.

Contenuto a cura di Roberto Giarrusso, autore del blog www.thearteller.com

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[Parlami di TER #287] Sagra della Cantarella a Gatteo Mare

Parlami di tER è una serie di racconti dall’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da persone che son natie, vivono o semplicemente si sono innamorate di questa singolare, bellissima, terra con l’anima.
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Quando l’estate sta per finire le vie di Gatteo Mare si riempiono del profumo unico e magico delle cantarelle (‘cantarèli’ in dialetto romagnolo), un antico dolce della nostra tradizione, povero all’origine. Un sapore antico, che con il vin brulè e le caldarroste ci ricorda l’infanzia e momenti felici vissuti in famiglia…

La Cantarèla ha origini lontane e ci riporta indietro nel tempo quando, durante le veglie in casa o nella stalla, le azdore romagnole preparavano un impasto di farina, acqua, un pizzico di bicarbonato e sale; ci si poteva aggiungere in parte anche la farina di granoturco “e’ remal”. Il tutto veniva miscelato in modo che rimanesse abbastanza liquido. Quindi si rovesciava a cucchiaiate un po’ alla volta sulla stufa e si cuocevano dei piccoli dischi. E per rendere saporito il composto si condiva con la “saba” ricavata dal mosto, “e’ savour”, marmellata speciale, oppure semplicemente con zucchero e olio di frantoio.

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Negli anni le varianti nella preparazione, nella farcitura e nell’accompagnamento si sono moltiplicate ma gli ingredienti base restano più o meno gli stessi:

  • 500 ml di acqua
  • 250 g di farina gialla
  • 250 g di farina bianca
  • 3 cucchiai di olio e.v.o.
  • 1 pizzico di sale
  • un pizzico di bicarbonato
  • zucchero semolato q.b.

Ogni anno, l’ultimo week-end di settembre e il primo di ottobre, Gatteo Mare celebra questo dolce tipico con la ‘Sagra della Cantarella’ un’occasione unica per rilassarsi e divertirsi in compagnia, bevendo e mangiando cose semplici e genuine come le rane in umido, le seppie con i piselli, i sardoncini, il tutto condito con del buon vino e della buona musica. E, ovviamente, la regina della festa è proprio la Cantarèla, mangiata semplice oppure con la Nutella per i più golosi.
In piazza della Libertà, nel cuore del paese, il ricco programma offre divertimento per tutte le età: spettacoli comici, intrattenimento per i più piccoli, concerti, pesca di beneficenza, mostre d’arte… insomma ce n’è veramente per tutti i gusti!

Per non perdere nessuna edizione tenetevi aggiornati sull’evento seguendo anche la pagina Facebook dedicata.

L’evento è organizzato dall’associazione Uniti per Gatteo, dal centro ricreativo culturale Giulio Cesare di Gatteo Mare con la collaborazione dell’associazione Telemaco di Gatteo e il patrocinio del comune di Gatteo.

 

 

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Parlami di tER

[ParlamiditER #286] Bici e Romagna, un connubio perfetto

Parlami di tER è una serie di racconti dall’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da persone che son natie, vivono o semplicemente si sono innamorate di questa singolare, bellissima, terra con l’anima.
Se anche tu vuoi raccontare l’Emilia-Romagna che si vede dalla tua finestra sei benvenuto. Basta una mail a inemiliaromagna@aptservizi.com o un commento qui sotto!


La Romagna viene spesso ricordata come “terra solatia, dolce paese” ed è terra di bici e passione per ciclismo.
La bicicletta e il ciclismo sono stati e restano, difatti, un grande fenomeno culturale prima che sportivo di questa terra, ma anche un prodotto di lavoro per gli artigiani e un mezzo di trasporto per le famiglie e i lavoratori delle cooperative agricole e dei braccianti.

Nel secolo scorso è stata anche fonte d’ispirazione per grandi scrittori locali come Olindo Guerrini (alias Lorenzo Stecchetti) e Alfredo Oriani e oggi è il mezzo principe con il quale assaporare tradizioni e cultura in questo lembo d’Italia.

Le colline di Cesena | Foto Regione Emilia Romagna
Le colline di Cesena | Foto © Regione Emilia Romagna

La Romagna è una cerniera tra l’Appennino e l’Adriatico, una mistica “terra di mezzo” che può sfamare chiunque abbia una crescente “fame” di storia e cultura. I luoghi da vivere e visitare qui sono stati teatro di importanti eventi e hanno avuto come attori illustri personaggi che, in un modo o nell’altro, hanno segnato la storia italiana ed europea.
Un incrocio magico di vestigia, storie e avventure che possiamo raccontare e rivivere stando in sella a una bicicletta alla scoperta degli innumerevoli itinerari turistici. La bicicletta può essere infatti considerata una sorta di macchina del tempo con la quale tornare indietro e toccare con mano le vestigia di rocche medievali e angoli di antichi imperi come quello romano e bizantino.

Con la bici decidi tu se il mondo rallenta, si ferma. Non ci sono più pensieri, non più preoccupazioni. Osservi quanto ti scorre sotto gli occhi e le ruote con tranquillità.
Godi del sole, del vento, anche della pioggia, incontri persone e ti sazi d’immagini. Non devi programmare niente e puoi concentrarti sul viaggio, sulla scoperta di una terra ospitale.

Poi c’è l’enogastronomia.
La cucina romagnola è una celebrità mondiale, una delizia per l’anima e il palato. Che meraviglia di primi piatti, la minestra che un proverbio romagnolo definisce “la biada dell’uomo”, costituisce il cardine del sistema alimentare romagnolo. Nel 1913, addirittura, viene proposto un primo censimento della pietanze della “cucina del popolo”, che conserva ancora buona parte delle vecchie usanze e che riproponiamo come irrinunciabile compendio nelle pedalate 

Poi c’è la piadina (o piada) una sfoglia di farina di frumento che viene cotta tradizionalmente su un piatto di terracotta che, citando “Giovanni Pascoli”, viene considerata il pane dei Romagnoli. Sanctum Zeus è, invece, il nettare degli dei che noi conosciamo meglio come Sangiovese. Già perché anche il buon bere ha la sua parte importante nella tradizione vitinicola della Romagna.

E come si può approfittare di tutto questo? La Romagna è la terra dello Slow Bike e con questo concetto è nata una rete d’impresa sotto il nome di Slow Bike Tourism: un insieme di appassionati della bici che hanno messo in comunione le idee per sviluppare un progetto dedicato alla bici. 

Vivere, gustare, toccare con “ruota” un territorio e conoscerlo attraverso le sue peculiarità, gli angoli nascosti e le eccellenze che lo caratterizzano.
Dalla sella della bici attraverso una rete di percorsi studiati per pedalare al proprio ritmo.
Fermarsi e gustare del buon cibo, bere dell’ottimo vino e respirare l’arte, la storie e la cultura che sono propri di quest’angolo d’Italia.

Senza doversi preoccupare di nulla.

Il programma delle pedalate proposte, prevede una varia gamma di pacchetti che comprendono una serie di servizi che sono anche personalizzabili dietro richiesta in base alle esigenze.

I Tour

Sono divisi in vari tipi di pacchetto perché offrono due tipi differenti di profilo, in base al costo.
Si può scegliere un pacchetto che offre tutte le opportunità di base ed essere più autonomi, oppure uno che invece offre una serie di servizi aggiuntivi per pedalare con più comodità. I servizi aggiuntivi offerti sono il nolo della bici, l’accompagnatore (ciclo guida), il trasporto del bagaglio.

La bici 

Può essere un problema? Uno scoglio che vi frena? Non sempre trasportarla è comodo.
La soluzione è la bici a nolo così da non dover più pensare al problema.
Varie misure in base ai vostri requisiti fisici, leggere e maneggevoli, senza rinunciare a solidità ed efficienza.
City-bike, oppure per chi non vuol rinunciare all’assetto sportivo la MTB, la Racing bike con telai per una postura confortevole, freni posti sul manubrio come consuetudine, sella comoda, copertoni rinforzati, cavalletto e chiusura con serratura a chiave. Disponibili anche in versione per bimbo oltre alle appendici per chi non vuole “separarsi” dalla famiglia…

Eh, ok, ma pedalare è faticoso!?! Vero, è certo che un minimo di attività fisica sia necessaria, ma per i ciclo-turisti che proprio non vogliono faticare troppo, ci sono di biciclette elettriche a pedalata assistita. Potete chiedere informazioni specifiche sulle misure di telaio disponibili, le appendici i carrellini in modo da verificare come organizzare la “bici per voi” e il relativo costo. Si forniscono anche accessori, come casco, kit di riparazione, pettorine, su richiesta con tariffa da concordare.

Slow Bike Tourism
Slow Bike Tourism

L’accompagnatore

Ogni percorso è fornito di una guida cartacea, chiamarla traccia di percorso, mappa o road book non fa molta differenza ma comunque in ogni pacchetto è compresa questa guida che vi permette di essere in autonomia. Ci sono alcuni che preferiscono la totale libertà ed autonomia, ma nel caso vi vada di essere assistiti e coccolati con la ciclo guida al seguito potete comunque richiedere una personalizzazione.

Le ciclo guide sono appassionati pedalatori che amano e conoscono il territorio in cui vivono, in maniera approfondita. Hanno seguito appositi corsi di formazione e sono qualificati come esperti nel trasmettere questa voglia di pedalare e conoscere il territorio, aggiungendo il giusto condimento alla gita in bicicletta.
La ciclo guida è esperta nella scelta del percorso migliore, lontano dalle strade pericolose, nell’assistenza meccanica e di primo soccorso, nella scoperta di angoli dimenticati e poco conosciuti del territorio, pertanto, offrono la possibilità di condire il viaggio dei giusti ingredienti per renderla più piacevole e interessante.

Il trasporto del bagaglio

Molti viaggiatori sono abituati ad avere tutto al seguito, preparano il proprio bagaglio ben distribuito nelle borse da viaggio e procedono in autonomia. Tuttavia, per molti è una comodità viaggiare in piena libertà, senza un peso supplementare da dover gestire durante l’itinerario. Anche questo è un servizio che si può personalizzare, recuperare il bagaglio al mattino e farlo trovare, comodo comodo, nel luogo prescelto per l’arrivo, sano e salvo, già in camera.

Assistenza meccanica durante il viaggio

Far vacanza pedalando è piacevole, ancora di più quando si possono scordare tutti i problemi legati alle necessità meccaniche e si può contare su servizi e professionalità qualificati. “La foratura, la rottura della catena, un problema meccanico, che non sono in grado di gestire, sono un’ eventualità che potrebbe accadere e non essendo esperto avrei necessità di ASSISTENZA”.

Oltre all’assistenza fornita direttamente dall’accompagnatore (Ciclo Guida), sui percorsi sono attivi PuntoBici. Sono centri di assistenza presso i quali le biciclette, gli accessori e relativa assistenza si possono trovare. Si può sostituire una bici danneggiata oppure riconsegnarla nel caso in cui il tour sia iniziato in un PuntoBici diverso.

Allora che ne dite, venite a pedalare nella “terra di mezzo”?

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Parlami di tER

[ParlamiditER #285] Modena, un racconto nella storia

Parlami di tER è una serie di racconti dall’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da persone che son natie, vivono o semplicemente si sono innamorate di questa singolare, bellissima, terra con l’anima.
Se anche tu vuoi raccontare l’Emilia-Romagna che si vede dalla tua finestra sei benvenuto. Basta una mail a inemiliaromagna@aptservizi.com o un commento qui sotto!


Modena, anno 1106.
La costruzione del nuovo Duomo cittadino è iniziata da qualche anno e le attività di edificazione vanno avanti molto velocemente.
Ma è necessario subito affrontare una questione che sarebbe eufemistico definire delicata: spostare nella nuova cripta i resti mortali di San Geminiano, l’amatissimo e veneratissimo santo patrono della città.
Tra lo stupore e l’attesa generale, alla delicata operazione soprintendono tutte le figure di primo piano dell’apparato religioso cittadino.
Ma accanto a loro è presente un personaggio di spicco della “società civile”: l’architetto Lanfranco, il forestiero che era stato chiamato a Modena per fare l’impresa e che per le sue capacità tecniche e progettuali venne definito mirabilis artifex.
Tutto ciò ci è noto dalle pagine del codice noto come Relatio, è conservato nell’Archivio Capitolare di Modena. Si tratta di una sorta di cronaca dettagliata delle vicende iniziali della costruzione dell’edificio sacro – dal 1099 anno di inizio dei lavori al 1106 anno in cui viene spostato il corpo del Santo.
Qui si legge di come tutti i cittadini modenesi e l’entourage religioso decisero di edificare una nuova magnifica Cattedrale che andasse a sostituire quella precedente. Qui apprendiamo della ricerca dell’architetto e dell’affidamento del progetto a tale Lanfranco, uno “straniero” che si dimostrò all’altezza dell’incarico ricevuto tanto da essere celebrato da tutto il popolo per la fama del suo ingegno.
Nel manoscritto, Lanfranco appare citato più volte e con tutti gli onori del caso – un fatto letteralmente inusitato per le cronache del tempo, considerando che sono pochissimi ad oggi i nomi noti tra gli architetti e gli artisti di questa epoca storica.
Lanfranco appare anche nelle miniature a corredo del testo. Nelle raffigurazioni, il progettista sbuca sulla sinistra più grande degli altri personaggi con un elegante cappello ed una veste raffinata: l’architetto è magnificato nelle sue capacità tecniche e nelle sue doti intellettuali, forse uno dei primi esempi del genere nella storia del medioevo.

Il sito UNESCO denominato “Cattedrale, Torre Civica e Piazza Grande di Modena” è costituito da tre monumenti siti nell’attuale capoluogo di provincia dell’Emilia-Romagna e fortemente interconnessi tra di loro:

  • la Cattedrale,
  • la Torre Civica più nota come Ghirlandina,
  • la Piazza Grande dove si affacciano le prime due strutture ed altre meraviglie della città.

Il Duomo di Modena è uno dei massimi esempi in Italia dello stile romanico e ha una disposizione planimetrica molto chiara, frutto degli sforzi compositivi dell’architetto Lanfranco. La pianta rettangolare è suddivisa in tre navate che terminano in tre absidi semi-circolari. Le navate sono suddivise da un sistema di pilastri e colonne e al di sopra delle navate laterali si imposta il matroneo (spazio dedicato ad accogliere le donne) che però in questo caso è del tipo non praticabile ed ha quindi una funzione puramente strutturale.

All’esterno su tutti i lati della chiesa si ripete il motivo della loggia a trifora (sorta di finestra suddivisa in tre parti da due esili elementi verticali). Le logge si trovano anche nella parte superiore della facciata principale, perfettamente tripartita – a richiamare le tre navate interne – ed adornata con il tipico rosone nella parte centrale.
Ma in questa meraviglioso edificio, Lanfranco ha dovuto dividere la fama con un altro portento dell’arte romanica: lo scultore Wiligelmo. Una figura avvolta nel mistero, considerando che ancora oggi non conosciamo la giusta scrittura del suo nome. Ma anche in questo caso, la fama dell’artista è testimoniata dalla epigrafe posta in facciata dove viene menzionato come degno di onore tra gli scultori. E proprio sulla facciata della chiesa è possibile ammirare i portentosi cicli scultorei di Wiligelmo, in particolare quello con le storie tratte dalla Genesi con tanto di raffigurazione del peccato originale con Adamo che morde la mela biblica.

Vicino all’abside del Duomo, si staglia con i suoi quasi 90 metri di altezza la Torre Civica – per tutti i modenesi semplicemente la Ghirlandina, simbolo assoluto della città. Nata in funzione della Cattedrale, la torre ha una storia costruttiva molto lunga che si protrae fino ai primi decenni del XIV secolo quando fu aggiunta la guglia in stile gotico. Ben presto la Ghirlandina assume funzioni “civiche”: al quinto piano della torre trova posto la cosiddetta stanza dei Torresani dove alloggiavano le guardie che vigilavano dall’alto sulla città dando il segnale di apertura e chiusura delle porte cittadine comunali. Altro particolare della Ghirlandina è la secchia rapita: si tratta di un comune recipiente di legno sottratto dai modenesi da un pozzo pubblico di Bologna e poi portato solennemente in trionfo in città. Attualmente nella torre è conservato solo una copia dello strambo trofeo mentre l’originale è stato spostato nel Palazzo Comunale.

Cuore pulsante della città e luogo di rappresentanza per eccellenza del potere politico e religioso è la Piazza Grande su cui affacciano uno dei maestosi lati del Duomo, il porticato del Palazzo Comunale e la Ghirlandina dall’alto. La piazza è luogo di incontro, di dibattiti e di scambi commerciali: proprio qui avveniva il mercato settimanale. Questo è il posto privilegiato dove svolgere grandiosi cerimonie religiose all’aperto e processioni ma anche dove allestire feste popolari e più mondane. Sempre in piazza si amministra la giustizia, nei modi brutali previsti dalle leggi del tempo: qui vengono svolte le torture e le esecuzioni capitali. I corpi martoriati dei criminali, una volta calati dalla forca venivano deposti per le funzioni di rito sulla Pietra Ringadora – un enorme masso che fa ancora bella mostra di sé in un angolo di questo microcosmo del mondo medievale.

Contenuto a cura di Roberto Giarrusso, autore del blog www.thearteller.com