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La Riviera

La piattaforma del Paguro – Un reef a largo di Ravenna

C’è una storia che riguarda il tratto di costa di fronte alle spiagge di Ravenna che sono sicuro non sono in molti a conoscere. Si tratta di una tragica vicenda avvenuta poco più di 50 anni fa.
Era il 1965 quando, a largo delle coste dell’ex capitale bizantina, la piattaforma metanifera Paguro, a seguito di una violenta esplosione, scomparve inghiottita tra le acque del mare Adriatico.

Una bruttisima vicenda che sconvolse l’opinione pubblica e la società civile di allora e che fece riflettere in tanti su quello che era accaduto.

La storia poteva finire qui, in un quel tragico giorno. Ma qualcosa andò diversamente. Da quel momento la piattaforma, accolta dal mare, iniziò una metamorfosi e sulle strutture martoriate, teatro di morte, si andò a creare un nuovo ecosistema straordinario.

Nuove forme di vita decisero di occupare quest’enorme groviglio di lamiere, trasformandolo difatti in uno dei più importanti centri di biologia marina di tutto l’Adriatico, primo e unico sito marino ad essere nominato Sito d’Interesse Comunitario nella Regione Emilia Romagna (2010).

Ma partiamo dall’inizio, dal 1963.

12°34’57″E e 44°23’4”N: sono queste le coordinate di latitudine e longitudine a cui oggi corrisponde il reef del Paguro. Ci troviamo a ben 11 miglia dalla costa di Ravenna.
Fu in quest’area che, tra il 1962 e il 1963, fu varata la piattaforma. Insieme alla sua collega e “sorella gemella”, la Perro Negro, doveva servire all’AGIP come piattaforma mobile per la perforazione di pozzi per estrarre gas metano nelle acque dell’Adriatico.

Tutto andò al meglio, per lo meno fino al 28 settembre del 1965. Posizionata su un nuovo sito, il PC7 (Porto Corsini 7), a una dozzina di miglia dalla foce dei Fiumi Uniti – durante le attività di perforazione successe qualcosa di imprevisto.

Dapprima un’eruzione di fluido, facilmente contenibile e tamponabile; subito dopo il cedimento delle pareti del pozzo di trivellazione: nessuno poteva immaginare di aver intaccato una sacca di gas molto più grande, posta immediamente sotto la prima e che conteneva gas ad altissima pressione.

Fu inutile correre ai ripari: la piattaforma cedette, avvolta da una miscellanea di acqua e gas e, in poche ore, in un’inarrestabile reazione a catena finì per inabissarsi in mare. L’incidente costò la vita a tre tecnici dell’Agip (il geologo Arturo Biagini, l’elettricista Bernardo Gervasoni e l’operaio Pietro Perri), creando un enorme cratere che portò il fondale circostante da – 27 mt a – 33 mt.

La Piattaforma metanifera Paguro
La Piattaforma metanifera Paguro | Foto © Wikimedia

50 anni dopo il relitto è ancora lì. Ma è divenuto tutt’altro, qualcosa di diverso e unico per l’Adriatico.
Il mare con la sua forza vitale ha inglobato quest’enorme struttura, trasformandola in una nuova casa per moltissime specie animali e vegetali.

Nel 1991 ai suoi resti sono stati aggiunti nuovi materiali ferrosi provenienti dallo smantellamento di altre sei piattaforme Eni dismesse e demolite, accrescendo di fatto questo enorme comprensorio, messo a disposizione per tutti gli appassionati di immersioni e biologia marina.

Miriadi di pesci di ogni genere hanno stabilito qui la loro dimora, fonte incredibile di biodiversità e vita. Immergendosi in quest’acque, è facile così incontrare la medusa cassiopea, la più grossa del Mediterraneo, ma anche moltissimi astici, aragoste, galatee e gronghi di ogni taglia.

Scendendo più in profondità ci si imbatte in enormi branchi di pesce azzurro, boghe, sgombri, sarde, palamiti, cefali in amore, spigole, branzini, corvine, ricciole e anche in qualche delfino, venuto alla ricerca di qualcosa da mangiare.
Sulle lamiere in ferro ossidate, coperte di mitili e ostriche, spiccano granseole impegnate ad amoreggiare o deporre le uova, granchi facchini e miriadi di bavose di diversi colori tra ricci di mare e nudibranchie colorate.

Il relitto del Paguro
Il relitto del Paguro | Foto © RavennaTourism

Dal 1995 attorno all’area è attiva l’Associazione Paguro, creata per la conservazione, tutela e valorizzazione del relitto, nonchè per la regolamentazione delle immersioni sportive, didattiche e scientifiche.

Insomma un luogo speciale quello del Paguro, meta di appassionati di subacquea e che oggi è tra i reef naturali ed artificiali dell’Adriatico al centro di un progetto europeo (Adrireef) che ha come obietttivo primario quello di incentivare, incoraggiare e valorizzazione tutte quelle pratiche che rientrano nella cosiddetta “economia blu”.

Una piccola curiosità
Proprio a quest’area è stata dedicata una serie di vini “subacquei”, quelli della Tenuta del Paguro, che hanno scelto il mare come propria cantina dove affinare a 30mt di profondità, le loro pregevoli bottiglie.

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La Riviera

Dalla Cina alla Romagna: conoscete il gioco del Mah-Jong?

Se come me avete vissuto appieno gli anni ’80 e ’90 e l’era dei primi personal computer, sono certo che almeno una volta nella vita abbiate tentato anche voi di giocare a Mah-Jong, probabilmente capendoci ben poco.
Se provate a ricordare, infatti, il vecchio pacchetto games di Windows proponeva a fianco del classico Solitario un strano passatempo fatto di piccole tessere e immagini colorate che, in modo del tutto casuale, sembra fossero da abbinare tra loro, ma in che modo era difficile da capire.

Indipendentemente dai vostri risultati, dovete sapere che il Mah-Jong è uno dei giochi più diffusi al mondo e, strano a dirsi, detiene un legame molto particolare con l’Emilia Romagna, in particolare con quel fazzoletto di terra che coincide con la provincia di Ravenna.

Tavolo da Mah-Jong
Tavolo da Mah-Jong | Foto by ©fitmivida.com

Se il mondo intero scrive e pronuncia Mah-Jong, in Italia e soprattutto in Romagna si pronuncia Magiố.
È qui che questo gioco è riuscito a conquistare il cuore degli abitanti. Ancora oggi, anche se in tono minore rispetto a una volta, è facile imbattersi nei tipici tavoli verdi ricoperti di tessere colorate, entrando in uno dei tanti circoli del forese (cosi si chiama la campagna attorno a Ravenna).

Le sue origini sono antiche e misteriose. Inventato in Cina in un periodo che la leggenda colloca nel VI secolo a.C. ai tempi del venerabile Confucio, è realistico pensare che il gioco, così come lo conosciamo, si sia strutturato attorno al XIX secolo come passatempo degli ufficiali dell’esercito, reinterpretando simboli di antichi giochi da carte.

Con l’apertura della Cina al resto del mondo, a partire dal 1900 il Mah-Jong si è poi diffuso lungo le principali rotte commerciali arrivando in Giappone, negli Stati Uniti e infine in Europa. Si sono iniziati a scrivere articoli, regolamenti e nel 1937 in America è nata addirittura una federazione ufficiale, la National Mah Jongg League.

Il Mah-Jong in una versione online
Il Mah-Jong in una versione online | Foto by ©games.aarp.org

In Italia il gioco è giunto attorno agli anni Venti del Novecento attraverso i grandi porti commerciali come Catania, Napoli, Bari, Livorno, Venezia, Genova ma soprattutto Ravenna. Mentre in alcune di queste città si andava a diffondere in modo fugace tra le fila dell’alta borghesia (e quindi in una cerchia molto ristretta di giocatori); in altre, come Ravenna, è riuscito a interessare un maggior numero di persone, decretandone il successo.

Notizie precise ricordano come cinesi scesi al porto dell’ex capitale bizantina recassero con sé bellissime e coloratissime cravatte da vendere ma anche cofanetti contenenti Mah-Jong. Durante le pause dal lavoro, si radunavano agli angoli della strada adoperandosi con questo misterioso gioco.

Al suono irresistibile delle pedine sul tavolo, gli abitanti locali incuriositi cominciarono a soffermarsi. Alcuni bar lo comprarono mettendolo a disposizione dei clienti come nuova attrazione; altri invece, fiutando un buon affare, iniziarono a metterlo in produzione. Tra questi, ad esempio, si ricorda Michele Valvassori che fece la prima versione italiana del gioco.

Ma in cosa consiste il Mah-Jong?

Ogni gioco ha uno scopo e anche il Mah-Jong ha il suo. Non esiste un regolamento unificato a livello mondiale, ma esistono varianti e interpretazioni differenti che trovano ad esempio in Romagna, accanto a molti altri, applicazione nel Regolamento Faentino, il più vecchio di tutti. In Italia il Mahjong è regolamentato dalla Federazione Italiana Mah Jong, nata a Ravenna nel 1987.

In linea di massima si gioca in quattro attorno a un tavolo. Quello classico prevede una dotazione di 144 tessere con simboli, numeri e semi diversi e due dadi.
Obiettivo è formare prima dei propri avversari coppie, tris, scale ed eventualmente poker con tutte le proprie tessere, ma soprattutto accumulare il maggior numero di punti possibili e aggiudicarsi, sulle base delle combinazioni fatte, eventuali bonus e raddoppi.

Racconti da bar narrano che siano andate in fumo vere e proprie ricchezze durante le partite di Mah-Jong e che si siano incrinate anche salde amicizie attorno ai suoi tavoli. Un vociare, certo, forse un po’ esagerato ma che contribuisce ad aumentare l’alone di curiosa leggenda che ruota attorno a questo gioco, rendendolo difatti ancor più misterioso e attraente.

 

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Parlami di tER

[ParlamiditER #219] Mattarello(a)way

Parlami di tER è una serie di racconti dall’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da persone che son natie, vivono o semplicemente si sono innamorate di questa singolare, bellissima, terra con l’anima.
Se anche tu vuoi raccontare l’Emilia-Romagna che si vede dalla tua finestra sei benvenuto. Basta una mail a inemiliaromagna@aptservizi.com o un commento qui sotto!


Ogni volta è così, chiudi la valigia e ti si apre un mondo di emozioni: l’eccitazione per il viaggio, il desiderio di scoprire e conoscere nuovi luoghi e nuovi sapori, la gioia di un’avventura che comincia… e poi quel pizzico d’ansia per la partenza, gli orari dei mezzi di trasporto, le lingue diverse, l’incertezza di aver messo tutto quello che ti serve nei chili previsti del bagaglio, gli imprevisti, immaginare come sarà, e soprattutto il desiderio di farsi sorprendere.

E chissà come sarà questa volta: destinazione Giappone, una nuova avventura che durerà per tutto il mese di luglio, da sud a nord, attraversando l’intero paese del Sol Levante, dove la gente non parla ma sussurra.

Ma vi starete chiedendo cosa c’entra l’etereo Giappone con la sanguigna Romagna?
Tutto nasce dalla nostra voglia di viaggiare e conoscere altre culture e dalla passione per la cucina romagnola, che ci lega a questa amata terra. Il nostro progetto si chiama Mattarello(a)way.

Il mattarello è lo strumento che portiamo in giro per il mondo durante i nostri viaggi. Il mattarello come strumento, come via e mezzo per conoscere persone e tradizioni. Perché l’essenza di Mattarello(a)way è lo scambio cultural-culinario, la condivisione di cultura e cibo attorno a un tavolo, in una sorta di gemellaggio Romagna – Mondo. Crediamo fermamente nella cucina come specchio culturale di ogni società. Il cibo può diventare uno straordinario ponte di contatto tra individui.

Mattarello(a)way siamo noi: Candida – romagnola di nascita e nell’anima, ingegnere di formazione e cuoca per passione – e Sanja – nata nei Balcani, vissuta in Scandinavia, spirito nomade ma ora stanziata in Italia.
Due donne, sei Paesi attraversati nel sud est asiatico, tante città visitate tra Europa e Oriente, molte ricette raccolte, centinaia di piatti preparati. Così nasce nel 2013 Mattarello(a)way, progetto di scambio cultural-culinario, nella ferma convinzione che la conoscenza tra le persone passi anche dal cibo tipico del territorio a cui queste appartengono.

Il progetto si basa sul baratto culinario: a chi accetta il nostro incontro, sveliamo l’arte emiliano-romagnola della pasta fatta in casa o della tipica piadina, in cambio dell’insegnamento di una ricetta casalinga, patrimonio della loro personale tradizione familiare. Un progetto tutto al femminile: poiché la tradizione gastronomica casalinga risiede nel sapere secolare tramandato di generazione in generazione tra le donne di una famiglia, come ho fatto io, Candida, con mia nonna, imparando l’arte della sfoglia.

Nel 2015 il nostro progetto è diventato Associazione culturale con lo scopo principale di promuovere il patrimonio gastronomico della Regione Emilia-Romagna all’Estero. La nostra Associazione offre scambi cultural-culinari in Italia e all’estero, promuovendo i prodotti del nostro territorio e programmando i corsi di insegnamento dell’arte tradizionale locale che più ci caratterizza, quella della sfoglia fatta a mano. È un po’ il marchio di fabbrica della nostra regione e vogliamo farlo conoscere all’estero, portandolo direttamente nelle case (anche nei ristoranti a volte! Proprio come è successo in India). Siamo felici di definirci attraverso la cucina ambasciatrici culturali della Romagna nel Mondo!
Ma non solo. Organizziamo anche eventi per far conoscere la cucina dei Paesi visitati. Quando non viaggiamo e siamo a casa, tramite i nostri pop up gastronomici (eventi che ci permettono di autofinanziarci e di continuare a sviluppare la nostra idea) facciamo da ponte culturale facendo conoscere agli italiani cucine e mondi lontani, attraverso piatti ispirati e contaminati dalle nuove conoscenze e sapienza di ingredienti che abbiamo acquisito viaggiando, testando, scoprendo, assaporando.

Se siete curiosi, se siete “folli” e “affamati”, se volete scoprire che cosa c’entra l’alga spirulina con la piadina o il tè verde con le tagliatelle, seguiteci su mattarelloaway.com e sulla nostra pagina Facebook.
Sul nostro travel blog potete inoltre seguirci durante questa nuova avventura nipponica.
Candida e Sanja

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Parlami di tER

[ParlamiditER #218] Nell’Arena delle balle di paglia

Parlami di tER è una serie di racconti dall’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da persone che son natie, vivono o semplicemente si sono innamorate di questa singolare, bellissima, terra con l’anima.
Se anche tu vuoi raccontare l’Emilia-Romagna che si vede dalla tua finestra sei benvenuto. Basta una mail a inemiliaromagna@aptservizi.com o un commento qui sotto!


In Bassa Romagna, con la Luna piena di luglio, ogni estate da nove anni nasce un teatro greco effimero, che dura solo sei giorni: è l’Arena delle balle di paglia, il più grande teatro di paglia d’Italia.
Siamo a Cotignola, in provincia di Ravenna, ma non c’è un indirizzo: l’Arena nasce “dove il fiume Senio incontra il Canale Emiliano Romagnolo”, in aperta campagna; per arrivarci bisogna percorrere le carraie dei campi, per circa un chilometro, tra i filari delle viti e dei kiwi.

Qui, dal 2009, una comunità di volontari ha scelto la paglia per raccontare una storia. Anzi, centinaia di storie: sono passati dall’Arena Marco Paolini, Moni Ovadia, Vinicio Capossela, Eric Lewis, Elena Bucci, Iva Bittova, Gonzalo Borondo, Ramin Bahrami… dalla sua nascita ad oggi, la paglia ha accolto circa 60 gruppi di musicisti italiani e stranieri, 24 gruppi teatrali, 40 opere di land art, 4 performance di danza, 25 laboratori creativi per bambini e adulti e circa 40 tra scrittori, poeti e artisti della vita.

All’Arena le orchestre vanno a ritmo con il motore a testa calda di un Landini, il palco degli attori è in un casolare contadino che racchiude i segreti di antichi mestieri, i concerti “succedono” in sentieri, golene, spazi dimenticati di una rigogliosa campagna che si prestano per alcuni giorni a diventare luoghi di scena.
All’Arena si sono viste cattedrali di canne di fiume, sipari di fronde di acacie, piante e animali giganteschi e dalle forme fantastiche, coreografie luminose per sognare nel buio; all’Arena c’è anche un bar, che è costruito con materiali di fiume e che funziona solo durante il festival.

Da scarto dell’agricoltura la paglia è diventata quindi protagonista della scena: perché ha un colore acceso, è un giaciglio fresco d’estate e caldo d’inverno, ti accoglie e ti fa sentire a casa; la paglia è stata amica dei nostri padri e prima ancora dei nostri nonni, li ha aiutati ad accudire gli animali e a rendere più bella la terra.

A Cotignola si sono trovati faccia a faccia contadini, architetti, artisti, sognatori, ragionieri, giovani e pensionati, e assieme con la paglia hanno dato vita a un sogno, lontano dalle auto, dalla frenesia, dagli automatismi della quotidianità e dalla contingenza dei doveri.

Quest’anno l’Arena delle balle si terrà da giovedì 13 a martedì 18 luglio. Il tema scelto per la nuova edizione è “Felliniani e filosofi di campagna”, e attorno a questa suggestione è costruito l’intero programma.
Sabato 8 luglio c’è invece il ritrovo nei campi all’alba per raccogliere le balle e costruire l’Arena, che è forse la festa più grande. Il lavoro sarà preceduto da un concerto di musica classica sul grano tagliato e ci concluderà con un convivio di vino, pane e mortadella all’ombra delle acacie.

Tutti i dettagli sul programma, orari e indicazioni sono disponibili sul sito primolacotignola.it e alla pagina Facebook Nell’Arena delle balle di paglia.

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Parlami di tER

[ParlamiditER #217] Civitella di Romagna: storia, tradizioni e natura

Parlami di tER è una serie di racconti dall’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da persone che son natie, vivono o semplicemente si sono innamorate di questa singolare, bellissima, terra con l’anima.
Se anche tu vuoi raccontare l’Emilia-Romagna che si vede dalla tua finestra sei benvenuto. Basta una mail a inemiliaromagna@aptservizi.com o un commento qui sotto!


Circondata da una natura verde e rigogliosa, illuminata da un tiepido sole primaverile, la graziosa località di Civitella di Romagna, uno dei 15 borghi dell’Unione dei Comuni della Romagna Forlivese, si racconta agli occhi dei girovaghi turisti, incuriositi del suo piccolo centro ricco di storia e di cultura.
Geograficamente posta nella Valle del Bidente, capoluogo dei due comuni Mortano e Predappio fino al 1891, il paesello ripone le proprie origini nella lontana storia, risalendo fino agli Etruschi o ai Romani, benché le prime citazioni letterarie del nome (“Civitatula”, piccola città) risalgono al X secolo.

Dell’antico castello rimangono solo pochi resti e la torre, ricostruita in stile gotico, spicca verticale oltre il cielo terso, sovrastata da circolari lancette di orologio, datato 1554 e ricostruito nel 1842.
Contesa per lungo tempo fra varie signorie, Civitella subì assedi e distruzioni dovute anche a terribili terremoti. Nel XV secolo, da città di confine tra Stato Pontificio e il Granducato di Toscana, venne definitivamente assorbita dalla Chiesa: tra VIII e XI secolo numerosi ruderi e rocche vennero costruiti sulle colline del circondario a consacrare l’influenza civile e spirituale dell’Abbazia di S. Ellero di Galeata.

Segue il mio portfolio fotografico realizzato durante una piacevole visita nel bel paesino romagnolo, terra florida di tradizioni centenarie, apprezzata per le sue tipiche prelibatezze e sede di importanti aziende vinicole e agrituristiche appartenenti alla Strada dei Vini e dei Sapori dei colli di Forlì e Cesena.

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[ParlamiditER #216] Sorvolando la Val Parma

Parlami di tER è una serie di racconti dall’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da persone che son natie, vivono o semplicemente si sono innamorate di questa singolare, bellissima, terra con l’anima.
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Andiamo alla scoperta della Val Parma da un punto di vista dal tutto eccezionale, grazie ai droni di Luca Radici.

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[ParlamiditER #215] Ceramica Déco al MIC: una recensione fotografica

Parlami di tER è una serie di racconti dall’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da persone che son natie, vivono o semplicemente si sono innamorate di questa singolare, bellissima, terra con l’anima.
Se anche tu vuoi raccontare l’Emilia-Romagna che si vede dalla tua finestra sei benvenuto. Basta una mail a inemiliaromagna@aptservizi.com o un commento qui sotto!


Oltre alla mostra “Art Déco. Gli anni ruggenti in Italia” di Forlì e alla mostra “Magiche Atmosfere Déco” di Castrocaro, nel panorama di valorizzazione dell’Art Déco promosso dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì si inserisce a pieno titolo anche la mostra “Ceramica Déco. Il gusto di un’epoca”, allestita nelle sale inferiori del Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza.

Se nella sede forlivese questo gusto internazionale vede dialogare tra loro oggetti d’arredo, ceramiche, gioielli, abiti, pittura e scultura, nel museo faentino l’attenzione é focalizzata soprattutto su figure di spicco locali, quali Rambelli, Nonni, Melandri, Gatti, Guerrini (per citare alcuni dei nomi più noti), le cui produzioni in ceramica divengono le vere protagoniste in un curioso e articolato excursus espositivo.
Non mancano inoltre raffronti nazionali con altri importanti designer ceramisti, tra cui l’inimitabile Gio Ponti per l’azienda Richard Ginori.
Segue il mio personale portfolio fotografico con alcuni scatti realizzati durante una visita alla mostra, le cui opere ceramiche creano una giocosa alchimia di luci e colori.

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Parlami di tER

[ParlamiditER #214] Magiche Atmosfere Déco: una recensione fotografica

Parlami di tER è una serie di racconti dall’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da donne e uomini che son nati, vivono o semplicemente si sono innamorati di questa singolare, bellissima, terra con l’anima. Se anche tu vuoi raccontare l’Emilia-Romagna che si vede dalla tua finestra sei benvenuto. Basta una mail a <turismoemiliaromagna[at]gmail.com> o un commento qui sotto!


Dopo le grandi mostre dedicate a Novecento e al Liberty, il complesso dei Musei San Domenico – Forlì ospita questo anno l’interessante e curata esposizione “Art Déco. Gli anni ruggenti in Italia” dedicata al periodo artistico-culturale dell’Art Déco italiano.
Visitabile fino al 18 giugno, la mostra accompagna i visitatori verso il gusto inconfondibile, la fascinazione scintillante e il linguaggio artistico dell’autentica produzione artistica italiana ed europea negli anni Venti, con esiti soprattutto americani dopo il 1929.
 Dieci anni sfrenati, “ruggenti” come gli storici sono soliti definirli, dai toni sfarzosi di una moderna borghesia mondana, ben lontana dall’orizzonte cupo dei totalitarismi che poco dopo avrebbero segnato l’intero assetto europeo tra guerre, rivoluzioni e miseria umana.

Non uno “stile” artistico ma un “gusto” condiviso che divenne fenomeno di natura internazionale a partire dalla straordinaria esposizione di Parigi del 1925, con derivazioni che arrivarono anche fino alla fine degli anni Trenta.
 Una moda decorativa che trovò le sue origini nel Liberty e nelle avanguardie, in primis il Futurismo, ma con un netto superamento delle linee floreali, sinuose simmetriche dell’Art Nouveau a favore di forme sintetiche più rigorose, nette, astratte e anche “zigzagate”.
Espressioni massime si possono ritrovare nelle architetture pubbliche del tempo, come nelle sale cinematografiche, nelle stazioni ferroviarie, nelle sale teatrali, negli arredamenti interni dei moderni transatlantici, ma anche nelle lussuose residenze borghesi, caratterizzate da inconfondibili ripetizioni di “ghirigori” che adornavano portoni d’ingresso, luminose vetrate e ringhiere in ferro battuto.

In questo panorama si inserisce a pieno titolo nel progetto di valorizzazione dell’Art Decò promosso dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì anche la mostra “Magiche Atmosfere Déco” allestita all’interno del Padiglione delle Feste e del Divertimento di Castrocaro Terme (FC). 
Realizzato tra il 1936 e il 1941 in pieno regime fascista sotto la regia del decoratore e restauratore italiano Tito Chini, esso rappresenta il monumento Art Déco per eccellenza con le finiture e decorazioni in stile liberty e maioliche originali.

Il gusto di quegli anni e la stretta relazione tra arte e storia fascista rieccheggiano tra le sale in una perfetta armonia di luci e colori.

Il connubio suggestivo tra architettura e decorazione fanno di questo edificio un luogo di ineluttabile eleganza, dalle strutture essenziali e simmetrie eleganti che s’intrecciano alle alchimie cromatiche delle ceramiche decorative.
 La mostra “Magiche Atmosfere Déco” si articola con semplice leggiadria donando un nuovo sguardo alla cartellonistica pubblicitaria, ai manifesti teatrali, alle pitture simboliche decorative del tempo.

 Segue il mio personale portfolio fotografico con alcuni scatti realizzati durante una visita alla mostra allestita all’interno Padiglione delle Feste e del Divertimento, che ancora una volta sa affascinare tanti visitatori cultori del “bello” architettonico.

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Parlami di tER

[ParlamiditER #213] Diverdeinverde: giardini aperti della città e della collina

Parlami di tER è una serie di racconti dall’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da persone che son natie, vivono o semplicemente si sono innamorate di questa singolare, bellissima, terra con l’anima.
Se anche tu vuoi raccontare l’Emilia-Romagna che si vede dalla tua finestra sei benvenuto. Basta una mail a inemiliaromagna@aptservizi.com o un commento qui sotto!


Il risultato più bello e importante di Diverdeinverde è vedere le persone contente, con il sorriso sulle labbra, che girano per le strade del centro di Bologna con la cartina in mano alla caccia dei tesori nascosti. I tesori sono i giardini privati del centro storico di Bologna, spesso segreti in quanto non visibili e spesso neanche immaginabili da fuori, che vengono aperti alla visita del pubblico una sola volta all’anno, nel penultimo fine settimana di maggio (19-21 maggio 2017).

I visitatori entrano ed escono dai tanti cancelli e portoni aperti per loro, si fermano a parlare tra sconosciuti scambiandosi informazioni e gentilezze, capita anche che aspettino in fila, senza spazientirsi. Sono queste scene, comuni nei fine settimana della manifestazione, che ci dicono che Diverdeinverde era necessario e per noi organizzatori è la soddisfazione più grande.

È dal 2014 che a maggio Diverdeinverde, organizzato dalla Fondazione Villa Ghigi, apre i giardini privati alla visita del pubblico: quelli dei palazzi importanti, quelli più piccoli e familiari delle case una volta popolari del centro, le grandi aree verdi ex-conventuali ancora rimaste riconoscibili dentro le mura, i parchi delle ville in collina e in pianura, i giardini moderni che si trovano più facilmente fuori porta.
Andare a scoprire i giardini nascosti permette di entrare nella città sotto una prospettiva diversa da quella abituale, di riconoscere e apprezzare elementi architettonici forse noti, ma visti da una prospettiva diversa, di capire le trasformazioni urbanistiche avvenute nella città nei secoli.
Il turista che non conosce Bologna e coglie l’occasione di Diverdeinverde per visitarla può godere di momenti speciali: viene accolto dalla città nei suoi spazi privati, si sente ospite gradito, cerca il giardino ma si imbatte nella chiesa o nel monumento importante quasi per caso, a sorpresa. Perlomeno, questo è quanto alcuni turisti stranieri ci hanno raccontato.
Insomma, sono stati in tanti, in questi anni, a dirci che si tratta di un’occasione eccezionale, una specie di magia che crediamo valga la pena non lasciarsi scappare.

Per visitare i 48 giardini aperti in questa quarta edizione basta acquistare una tessera (nominale) che al costo di 10/12 euro permette di girare tutti i giardini nei tre giorni dell’evento (orari e biglietti). È consigliabile programmare l’itinerario, o perlomeno scegliere in che zona della città concentrarsi, e quindi partire dotandosi di scarpe comode. Utile anche un ombrello, in caso di pioggia, o un cappello per ripararsi dal sole: i giardini sono aperti con qualsiasi tempo!

I giardini sono pronti per accoglierci, sappiamo dai proprietari che sono stati particolarmente curati e messi in ordine proprio per noi. Pensiamo che aprire il proprio verde privato sia un gesto di particolare civiltà e generosità, che coniuga senso dell’ospitalità, legittimo orgoglio e, molto spesso, autentica passione per il verde.
Per conoscere le attività della Fondazione Villa Ghigi: fondazionevillaghigi.it

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